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Scheda
| ABITANTI: |
2573 |
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| ESTENSIONE: |
67 Kmq |
| ALTITUDINE: |
620 Msl |
| DISTANZA DA CB: |
41 km |
| DISTANZA DA IS: |
91 km |
| CAP: |
86043 |
| TEL. MUNICIPIO: |
0874 841456 |
| SANTO PATRONO: |
San Onofrio 12 Giugno |
| Il Meteo a Casacalenda |
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SPORTELLO UNICO
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Cenni storici
La cittadina di Casacalenda cominciò
ad acquistare una certa importanza nell'epoca romana e precisamente
durante la seconda guerra punica. In quel periodo, infatti,
i Romani sfruttarono l'antica Kalene di Polibio per evitare
la sconfitta di Gerunio da parte di Annibale. Dalla sua fondazione,
avvenuta circa cinquecento anni prima di Cristo, la cittadina
ha avuto svariati nomi; inizialmente era denominata, come
detto, "Kalene", subito dopo alcuni documenti la
identificano come "Arx Kalene", poi "Casamcalendam",
"Casamtelendam", "Rocca Calena", "Casalchilenda",
"Casa Arcalenda", "Casal Candela" (1320),
"Casal Calenda", "Casacalena" e finalmente
Casacalenda. Nonostante sia stata così importante in
ambito romano, non abbiamo molte notizie dell'epoca successiva
se non alcuni documenti riguardanti il territorio e i casati
più importanti. Vario materiale è, invece, riguardante
il periodo medioevale successivo all'anno mille, ovvero nel
momento di massima fioritura del sistema feudale. Si sa per
certo, grazie al "Catalogo dei baroni sotto Guglielmo
II" risalente all'incirca al 1175, che il primo signore
feudale di Casacalenda fu Giuliano di Castropignano. In ogni
modo il casato più importante del periodo a Casacalenda
fu quello dei Caracciolo di Capua. Riccardo Caracciolo, infatti,
comprò il castello di "Casalchilenda" dalla
moglie di Giordano di Siracusa, Mattea di Casalchilenda, nel
1324. Nello stesso anno Riccardo, con il consenso regio, divenne
signore feudale di Casacalenda, ma in seguito al declino della
monarchia angioina, Casacalenda divenne parte integrante della
Contea di Montagano. La cittadina in seguito fu venduta da
Andrea di Capua a Pirro Ametrano, signore spagnolo, nel 1510.
Non si sa molto della storia di questo periodo tranne che
gli Ametrano erano conosciuti in tutta la penisola italiana
poiché, grazie ai loro capitali, prestavano a molti
signori denaro ad interesse. Pirro morì nel 1544; a
lui successe il figlio Antonio il quale era sposato con Giulia
di Sangro figlia del conte di Frisa. Da questo matrimonio
nacquero tre figli: Pirro, Vittoria e Lucrezia. Quando Antonio
Ametrano morì nel 1562 e la stessa sorte ebbe il figlio
nel 1579, il feudo di Casacalenda passò quindi a Lucrezia.
Quest'ultima, dopo aver sposato Antonio di Sangro nel 1580,
diede vita al dominio dei Sangro nella cittadina molisana.
Questo casato era abbastanza potente, i Sangri godevano, infatti,
di titoli nobiliari a Napoli e in varie zone sia campane che
pugliesi. Il casato dominò a Casacalenda molto a lungo,
dopo Antonio seniore, infatti, dominò la zona il nipote
Antonio iuniore. Di costui non si hanno molte notizie, si
sa solo che dopo di lui acquistò potere il nipote Scipione
che sposò Beatrice Carafa della casa ducale di Campolieto
prima di morire nel 1671. Dal matrimonio nacque Fabrizio sotto
cui i possedimenti molisani dei Sangro comprendevano, oltre
a Casacalenda, anche Campolieto, Campodipietra, Larino e Provvidenti.
Fabrizio ebbe sei figli di cui solo l'ultimo maschio, costui
fu chiamato Scipione e ottenne i possedimenti del casato con
la morte del padre nel 1700. L'anno seguente, quando scoppiò
una sommossa a Napoli, andò contro alcuni parenti schierandosi
in favore degli spagnoli dimostrando una certa coerenza politica.
Acquistò sempre più potere fino a riuscire ad
ottenere Campomarino nel 1724 dai marchesi Marulli di Barletta.
Lasciò come erede la figlia Anna e morì nel
1752. Anna sposò il cugino Lucio di Sangro duca di
Telese. Dal loro matrimonio nacque l'ultimo signore feudale
di Casacalenda, ovvero Scipione il quale, sposata Anna Spinelli
di Scalea, morì nel 1805. Il loro figlio Antonio conservò,
in ogni modo, il titolo di duca che poi fu ereditato dal figlio
del fratello Scipione, Francesco. Quest'ultimo sposò
Isabella Parravicino del patriziato lombardo di vent'anni
più giovane che dissipò gran parte delle ricchezze
famigliari. Il titolo passò poi al figlio Giovanni
che lo conservò per vari anni. Dopo questa lunga esperienza
feudale, Casacalenda ha realmente acquistato libertà
con la repubblica, anche se ha perso l'antico potere. La cittadina,
pur rimanendo all'avanguardia rispetto a molti altri centri
regionali, soffre il calo demografico e la carenza di imprese,
uno dei pochi lati positivi è che la zona è
un'oasi naturale della LIPU. Casacalenda non demerita, inoltre,
dal punto di vista sportivo visto che è organizzatrice,
annualmente nel giorno di S. Onofrio, del "Giro del Cigno",
una gara ciclistica per dilettanti e ciclo amatori.
Arte
S. Maria Maggiore: questa chiesa ha origini
molto antiche e si dice che fu distrutta dal terremoto del
1456, l'attuale edificio dovrebbe essere stato edificato nella
seconda metà del XVI secolo e non a caso nel gradino
del portale d'ingresso è incisa la data del 1587. La
chiesa fu nuovamente danneggiata nel 1688 e fu quindi ampliata,
nella ricostruzione, in larghezza. Nel 1896 crollò
di nuovo, ma il sindaco allora vigente ordinò immediatamente
i restauri. I lavori di ristrutturazione furono davvero degni
di lode e attualmente la chiesa si presenta ricca di opere
d'arte. Nella parete principale del presbitero, ad esempio,
si trova un vasto quadro rappresentante la natività
tra due colonne rappresentanti rispettivamente gli scudi dei
Sangro e della diocesi di Larino. Il quadro fu realizzato
da Fabrizio Santafede i cui dipinti sono esposti anche nel
museo nazionale di Napoli. Nella chiesa è poi conservato
l'omero di S. Maurizio, questa reliquia è custodita
in un reliquario d'argento di grosse dimensioni acquistato
in devozione dal popolo nel 1799. Attualmente l'edificio ha
quattro navate lunghe circa 28 metri, alte in media 8 metri
e larghe circa 13 metri.
S. Maria di Loreto: edificata nel XVII secolo,
nel 1688 fu ampliata con l'aggiunta della cappella di S. Maria
delle Grazie, ma viste le sue pessime condizioni, fu distrutta
e riedificata nel 1727. Dopo soli tre anni venne riaperta
al popolo che cominciò a chiamarla del Carmine. Le
sue tre navate rispecchiano, in ogni modo, il progetto iniziale.
Addolorata: condotta a termine nel 1761 dopo
sei anni di lavori. La chiesa è d'ordine corinzio ad
una sola nave misurante 18,6 metri in lunghezza e circa la
metà in larghezza per un'altezza di 14 metri. L'altare
maggiore è di marmi policromi e fu un dono nobiliare.
Vi è inoltre un dipinto di Gregorio Cristinziano di
Montorio del 1853 raffigurante S. Filippo. Nel 1892 essa venne
fornita d'un pavimento di marmo e decorosamente ornata in
stucco lucido nelle pareti e nel soffitto; nel 1913, infine,
il suo campanile fu ricostruito ex novo su pro-getto del Geom.
Nicola Ardente.
S. Onofrio: in realtà quest'edificio
nacque come un monastero. Edificato nel 1407 da padre Giovanni
da Stroncone, perfezionato, più tardi, dal beato Tommaso
da Firenze, accolse i religiosi e i novizi dell'Ordine dei
Minori Osservanti i quali seguirono poi la riforma del B.
Stefano Molina. Dal 1708 al 1736, S. Onofrio accolse nelle
sue mura, fra padri, laici e novizi, oltre venti religiosi;
numero che si ridusse da tre a cinque dal 1807 al 1811, a
causa delle co-scrizioni militari nel periodo napoleonico.
Esentato dalla soppressione del 1809, fu compreso in quella
del 1866; ed nel febbraio 1883 venne ceduto al Comune. La
Chiesa restaurata per lo zelo di P. Anselmo da Sassinoro e
del dott. Francesco Nardacchione, è divisa in due navi.
L'altare maggiore, di marmi finissimi policromo, è
collocato sotto un vasto arco, dietro il quale si svolge il
coro che dà l'ingresso alla sagrestia. Nella parete
sorretta dall'arco, alla sommità di questo, è
dipinto l'emblema dell'Ordine francescano, e lateralmente
(a sinistra di chi guarda) S. Bonaventura Dottore e Cardinale,
ed a destra Giovanni Duns. In fondo al coro, sulla porta d'ingresso
della sagrestia, tutta la parete è occupata da un trittico
di vaste dimensioni, raffigurante "L'Annunciazione"
- "S. Francesco" - e "S. Onofrio" - trittico
che sovrasta la "Cena degli Apostoli" per tutta
la lun-ghezza di questa. Il trittico e la "Cena"
sono su tavole dì quercia, con cornici a finissi-mi
intagli ed oro di zecchino; ed il magistero pittorico è
di ottimo pennello, se non dello Zingaro (1382-1455), probabilmente
della bella scuola di lui.
S. Maria della Difesa: questa chiesa è
situata fuori dal centro abitato, il suo nome prende origine
dalla zona ove fu edificata tra il 1896 e il 1898. Divenne
subito una meta di pellegrini grazie al dipinto della "Madonna
col Bambino" realizzato a Firenze.
Tradizioni
Come in molti centri molisani, anche a Casacalenda
le tradizioni, siano esse orali (canti, racconti e favole)
o folcloristiche, traggono origine in maniera non poco determinante
dagli antichi usi agricoli e pastorizi. Nonostante tali usi
siano in gran parte scomparsi o siano stati modificati radicalmente
nel tempo, ne rimane il ricordo. Alcune tradizioni antiche
hanno quindi lasciato segni indelebili, ma non solo nella
memoria della popolazione: basti pensare al tratturo, segno
inconfondibile della transumanza. Oltre a questo rimangono
vive le vecchie devozioni popolari che si manifestano essenzialmente
in due momenti dell'anno: la quarta domenica di Settembre
con il pellegrinaggio alla Madonna della Difesa e il 17 Gennaio
con i falò dedicati a San Antonio Abate. Rispecchia
un antico spirito religioso anche la tradizione della "Tavola
di San Giuseppe"; la sua origine non è del tutto
chiara, ma l'avvenimento è molto sentito dalla popolazione.
La ricorrenza consiste nell'imbandire una tavola in favore
di tutta la comunità; ciò è fatto da
alcune famiglie come devozione al santo. Rispecchiando l'origine
popolare, le portate, in tutto tredici, sono a base di legumi
e di altri ingredienti della cosiddetta "Alimentazione
povera". Accanto a queste usanze vi è un'altra
tradizione di notevole importanza ovvero quella del "Bufù".
Questo è uno strumento musicale formato da una pelle
di capra legata all'estremità di una botte, al centro
della pelle viene innestata una canna su cui scivolano le
mani bagnate del suonatore; ciò provoca un suono forte
e deciso che usualmente viene accompagnato da strumenti a
percussione e dalla fisarmonica. L'origine del Bufù
è legata alla civiltà contadina, gli antichi
suonatori usavano, infatti, lo strumento nell'ultimo giorno
dell'anno come augurio per l'anno nuovo.
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